Carriera-Lavoro

La “cartella medica” del pazienti Lavoro e Carriera del primo trimestre dell’anno ci dà una visione d’insieme non troppo positiva, che possiamo riassumerla con il dato complessivo finale: il mercato del lavoro è rimasto fermo, nessuna variazione sul 2015. In realtà dentro questa stagnazione ci sono stati movimenti importanti. Sono aumentati gli over 50, sono in crescita più contenuta i giovani, diminuisce la classica spina dorsale dell’occupazione, i lavoratori tra i 35 anni e i 49 anni. E’ molto difficile una lettura univoca, il rischio di partire da una tesi preconcetta è alto. Possiamo farci aiutare dalla quotidianità del nostro lavoro, che non ci ha mai tradito nei 26 anni di confronti tra il dato generale e l’agire.

Anche noi abbiamo avuto movimenti incoraggianti negli over 50 che vogliono proseguire e migliorare la loro carriera, con un avanzamento significativo di risultati in questo cluster d’età. I nostri clienti sono un mix tra occupati e professionisti a rischio occupazionale, con una prevalenza sugli occupati.

Quindi più che imputare direttamente alla legge Fornero questi fatti, possiamo dire nel nostro minimo, che il mercato si sta adattando alla legge. Almeno un piccolo dato positivo sembra averlo avuto questo provvedimento: certi pregiudizi sull’età si sono attenuati.
“Sei troppo vecchio”, non puoi più dirlo per “decreto”, davvero buffo!
In realtà sono intervenuti altri fattori più globali: l’impossibilità di fare previsioni a medio e lungo termine, la necessità di avere competenze subito spendibili, il bisogno di trovare persone con esperienze diffuse di problem solving “certificate”, la difficoltà di dare garanzie a lungo termine.
Così si spiegano i due dati: incremento forte degli over 50, perdite significative per i 35-50enni.
La concorrenza tra i due cluster, che nell’esperienza del periodo passato era favorevole al secondo, ora si sta riequilibrando. Un 35/50enne ha un costo forse minore ma maggiori aspettative, crede non sia necessario rischiare, è più difficile che abbia riserve economiche per affrontare con serenità un’incertezza e sul piano professionale è meno affidabile di un over 50. Questi sono pensieri generici, smentibilissimi nel caso singolo, ma diventano ragionamenti di partenza sempre più diffusi.
Se prima era un over 50 a dover dimostrare dinamicità, elasticità mentale, disponibilità al cambiamento, oggi spetta al 35-50enne vendere esperienza, capacità di essere produttivo subito, abilità di governo di multi fattori, certezza del risultato. Un esempio per tutti: un commerciale è valutato per l‘incremento del fatturato che porta, ma ormai anche per quanti insoluti hanno le sue vendite e per la capacità di allineare “soft” gli altri enti interni alle esigenze del mercato e del cliente.
Rispondetemi voi: dove genericamente penso sia più facile di trovare queste caratteristiche, nel 35enne o nell’over 50?

Nel nostro sistema affrontiamo con attenzione queste sfumature, perché abbiamo verificato che fanno la differenza e l’abilità nell’affrontarli aumenta le probabilità di successo. Se a questo aggiungiamo il desiderio di continuità di carriera il risultato è assicurato.

Un’ultima considerazione, questa tutta riflessiva, sul “ticket” over50 e under 35, tutti e due in aumento.
I dati ed una lettura più attenta delle logiche del mercato nella globalizzazione ci portano a rischiare un azzardo controcorrente: se vogliamo favorire gli inserimenti dei giovani dobbiamo difendere e rivalutare gli over 50.
Forse questo è il mix giusto, nella realtà italiana, per il mercato mondiale. Non penso questo perchè drogato da condizioni presenti nel nostro passato (atterraggio morbido alla pensione e ingressi “tutorati” nel mondo del lavoro), ma da una cruda e onesta valutazioni dei fattori in campo. E’ però necessario che tutti e due i soggetti considerino il lavoro una continuità di carriera e non un obbligo per la sopravvivenza.
Nè l’over, nè l’under sono portatori di handicap presenti o futuri, ma insieme hanno conoscenze, competenze, attitudini e storia che, se aiutati, possono scuotere questo immobilismo al ribasso che il confronto dei dati sul lavoro del 1° trimestre 2016 sembrano indicarci.

Mario Piccoli